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Pensioni: tra perequazione, inflazione e distorsioni fiscali.

Perché i pensionati contributivi restano i più penalizzati

Negli ultimi anni il tema delle pensioni è tornato centrale nel dibattito pubblico, non solo per le soglie di accesso e le forme di flessibilità, ma soprattutto per l’adeguatezza degli importi. L’ondata inflazionistica del 2022–2023 ha eroso pesantemente il potere d’acquisto, e gli strumenti messi in campo per contenerne gli effetti — dalla perequazione automatica agli incrementi selettivi — hanno finito per produrre risultati disomogenei tra le diverse categorie di pensionati.

Il sistema previdenziale italiano si fonda sul rapporto tra contributi versati e prestazioni ottenute. Tuttavia, la combinazione tra rivalutazione, fiscalità e sostegni assistenziali sta generando una crescente distorsione: molti pensionati con trattamenti contributivi bassi ma frutto di anni di lavoro risultano oggi più svantaggiati, in termini di reddito netto, rispetto ai percettori di pensioni assistenziali o integrate al minimo, che beneficiano di maggiorazioni esenti da Irpef. Un paradosso che rischia di minare un principio essenziale: a bisogni uguali devono corrispondere trattamenti di pari dignità.

Il recente decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 277 del 19 novembre 2025 ha fissato all’1,4% la rivalutazione delle pensioni dal 1° gennaio 2026. Un livello modesto, soprattutto se confrontato con l’eccezionale inflazione del biennio precedente. Tra il 2022 e il 2026 la perequazione cumulata arriva al +16,46%, ma questo incremento lordo non coincide con un reale miglioramento del reddito disponibile.

Gli esempi sono eloquenti: una pensione lorda di 800 euro passa da 800 nel 2022 a 932 nel 2026, ma il netto cresce solo da 757 a 850 euro (+12,27%); una pensione da 1.000 euro aumenta a 1.165 euro lordi, ma il netto si ferma a 1.014 euro (+12,93%). La differenza la fa l’Irpef, che assorbe una quota crescente della rivalutazione e trasforma la perequazione in un meccanismo che recupera gettito più che potere d’acquisto.

Il quadro appare ancora più critico se si osserva il confronto con le prestazioni assistenziali, sostenute da maggiorazioni sociali interamente esenti da imposta. Oggi può accadere che una pensione contributiva leggermente più alta risulti, paradossalmente, meno conveniente di un trattamento assistenziale.

Questa situazione evidenzia la necessità di intervenire con misure strutturali: rivalutazione piena almeno fino a quattro volte il minimo, aggiornamento della no tax area — ferma a soglie non più realistiche — e un coordinamento tra fiscalità e agevolazioni per evitare disparità ingiustificate.

Riequilibrare il sistema non significa solo correggere numeri e percentuali, ma restituire valore al lavoro svolto e tutelare il potere d’acquisto dei pensionati più fragili. Una condizione indispensabile per garantire equità, coesione e dignità sociale.