Skip to main content

Caregiver, solitudini e riforma del bonus: il commento di Domenico Pacchioni

A Modena e provincia i caregiver familiari sono circa 84 mila. Di questi, tra i 30 e i 40 mila assistono fino a 10 ore a settimana e, dato ancora più significativo, quelli con un carico di cura pesante e continuativo – oltre 20 ore settimanali – sono nell’ordine di 21 mila. A Reggio Emilia la situazione è analoga, con numeri altrettanto rilevanti. Dati enormi, che richiedono strumenti nuovi e progetti permanenti, non un bonus di pochi euro come quello previsto dal disegno di legge sui caregiver approvato lo scorso gennaio dal Consiglio dei ministri.

La misura attualmente messa in campo consiste in un bonus fino a 400 euro mensili, erogato trimestralmente, previsto nella fase iniziale esclusivamente per caregiver conviventi che assistono un familiare con disabilità gravissima per almeno 91 ore settimanali. Il sostegno è destinato con priorità alle famiglie a basso reddito, sotto i 3.000 euro, e con Isee non superiore a 15.000 euro.

«La riforma che introduce un bonus mensile di 400 euro per i caregiver rappresenta un primo passo importante, ma ancora insufficiente a rispondere in modo strutturale ai bisogni reali di chi ogni giorno si prende cura di persone anziane e fragili». È questo il giudizio di Domenico Pacchioni, segretario della Fnp Cisl Emilia Centrale, che colloca il provvedimento all’interno di un quadro sociale sempre più segnato da solitudine, invecchiamento della popolazione e carenza di servizi.

Dal punto di vista dell’impostazione generale, la riforma viene comunque valutata positivamente perché, come sottolinea Pacchioni, «per la prima volta introduce una norma nazionale. Finora, infatti, il sostegno ai caregiver era demandato quasi esclusivamente alle Regioni, con forti disuguaglianze territoriali. Avere una cornice normativa unica consente un riconoscimento formale della figura del caregiver e rappresenta l’avvio di un percorso che può essere sviluppato nel tempo».

Restano però evidenti alcune criticità. «I criteri di accesso al bonus risultano molto restrittivi, soprattutto per quanto riguarda l’individuazione della persona assistita», evidenzia il segretario Fnp. Il campo di applicazione è talmente limitato da rischiare di escludere una larga parte dei caregiver reali, snaturando di fatto l’obiettivo del sostegno economico. In territori come l’Emilia-Romagna, caratterizzati da un tessuto sociale complesso e da un alto numero di anziani non autosufficienti, il rischio concreto è che i potenziali beneficiari siano pochissimi.

Il bonus rischia inoltre di configurarsi più come una misura di contrasto alla povertà che come un vero strumento di supporto alla funzione di cura. «Chi assiste un familiare anziano, spesso convivente – sottolinea Pacchioni – avrebbe bisogno non solo di un contributo economico, peraltro limitato, ma anche di garanzie sul piano lavorativo: maggiore flessibilità degli orari, tutele contrattuali, possibilità di conciliare tempi di vita e di cura senza essere penalizzati». Per questo, secondo la Fnp Cisl, il tema del caregiver deve incrociarsi necessariamente con quello dei contratti nazionali di lavoro.

Un altro nodo centrale riguarda la mancanza di un elenco nazionale, o quantomeno territoriale, dei caregiver. «La sua istituzione – spiega Pacchioni – permetterebbe non solo un monitoraggio reale e completo del fenomeno, ma anche l’attivazione di politiche di supporto mirate. Oggi, invece, l’intervento è quasi esclusivamente economico, con risorse limitate e soglie di reddito talmente basse da rendere la misura poco accessibile».

A questo si aggiunge un vuoto evidente sul piano dei servizi. Dall’analisi condotta dalla Fnp Cisl Emilia Centrale sulle solitudini emerge un dato allarmante: il numero di persone anziane che vivono sole è in costante crescita. In questo contesto, il caregiver familiare diventa una figura centrale, ma spesso si trova ad affrontare il proprio ruolo senza alcuna preparazione né sostegno adeguato.

Per Pacchioni «caregiver non si nasce, si diventa», ed è per questo che servono percorsi di formazione e accompagnamento. Il livello distrettuale dovrebbe diventare il luogo privilegiato di confronto e progettazione, superando sportelli solo informativi. «C’è bisogno anche di supporti specialistici e di sostegno psicologico, perché la gestione quotidiana della cura può avere un impatto emotivo molto forte, con il rischio di isolamento, stress e burnout».